La geolocalizzazione non è soggetta ad autorizzazione preventiva

Federico Niccolò Ricotta - 20/05/2021

Commento a Cass., Sez. I, 27 novembre 2020, n. 6744

La sentenza in esame ribadisce il potere degli gli organi inquirenti di disporre la localizzazione da remoto dell’individuo senza necessità di procacciarsi un’autorizzazione preventiva.

Questo indirizzo costituisce invero l’ennesimo tassello di un risalente, e consolidato, orientamento giurisprudenziale che sottrae questa attività di controllo a distanza dalla disciplina prevista per le intercettazioni di comunicazioni (artt. 266 e ss c.p.p.).

La localizzazione da remoto, tracking o positioning, è l’attività investigativa finalizzata ad ottenere una mappatura degli spostamenti effettuati dal soggetto controllato, attraverso la raccolta e l’elaborazione dei dati inerenti alla posizione dell’individuo attraverso le tracce lasciate dai sistemi elettronici. Il tracking da remoto può basarsi sulla raccolta dei dati provenienti dal sistema di rilevamento satellitare, il cd. GPS, ma anche sugli altri dati ricavabili dall’utilizzo dei dispositivi digitali, o dei servizi web: la polizia giudiziaria può così monitorare o ricostruire la posizione dell’individuo anche inserendosi nel flusso di dati digitali con cui i dispositivi digitali “comunicano” tra di loro o con servizi terzi, estrapolando quelli che risultano necessari all’attività di localizzazione.

L’attività investigativa di controllo da remoto della localizzazione è così un’attività investigativa estranea all’area delle intercettazioni in senso stretto (non attratta nel novero delle garanzie previste dalla relativa disciplina) poiché non realizza alcuna interferenza con il diritto alla riservatezza delle comunicazioni, né una lesione dell’inviolabilità del domicilio, essendo per sua natura avulsa dalla necessità di carpire un reale contenuto comunicativo destinato a rimanere riservato e costituzionalmente protetto.

Ciò che si realizza è pertanto un’attività di osservazione, controllo e pedinamento svolta dagli investigatori in forma elettronica, e che come tale è attratta nel catalogo aperto dei mezzi atipici di ricerca della prova, rimanendo indifferente la circostanza che la raccolta dei dati avvenga attraverso il collocamento di uno strumento di localizzazione ad hoc da parte della polizia giudiziaria, oppure captando direttamente i segnali dei dispositivi nella disponibilità del soggetto controllato.

Così regolamentata, l’attività di controllo da remoto può essere posta in essere in assenza dell’emissione di un previo decreto di autorizzazione da parte tanto del Giudice per le indagini preliminari, quanto dello stesso Pubblico Ministero. Vieppiù, come sottolineato dalla sentenza in commento, che l’assenza di una siffatta procedura di autorizzazione svincola di fatto il Giudice per le indagini preliminari dalla necessità che il pedinamento elettronico sia richiesto dallo stesso Pubblico Ministero in sede di richiesta di emissione del decreto autorizzativo per le intercettazioni: il Gip, nell’autorizzare la captazione di comunicazioni, può anche autonomamente disporre il pedinamento elettronico.

Non potendosi applicare la disciplina prevista per le intercettazioni di comunicazioni, non risulterà applicabile l’inutilizzabilità prevista per i vizi del decreto autorizzativo. Non rilevano neanche le eventuali violazioni delle garanzie previste per la ripresa audiovisiva dei lavoratori di cui all’art. 4, comma 2, della legge 20 maggio 1970 n. 300 (il cd. Statuto dei lavoratori), poiché lo Statuto è destinato a regolamentare soltanto i rapporti di diritto privato tra lavoratori e datore di lavoro, e non può avere rilievo nell’attività di accertamento e repressione dei reati.

Resta comunque ferma, sul piano della capacità probatoria dei dati raccolti, la necessità che i dati elettronici siano raccolti e conservati in modo da garantire tanto la genuinità e la non modificabilità dei dati raccolti all’origine, quanto la possibilità del difensore di poter controllare quali strumenti o protocolli siano stati utilizzati per la raccolta, e l’effettiva riferibilità dei dati raccolti agli spostamenti dell’individuo controllato.

 

ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI

Giurisprudenza

 

Conforme

Cass., Sez. III, 3 marzo 2020, n. 17177, non massimata; Cass., Sez. II, 4 marzo 2019, n. 23172, in C.E.D. n. 27696601; Cass., Sez. II, 13 febbraio 2013, n. 21644, non massimata; Cass., Sez. I, 28 maggio 2008, n. 21366 in C.E.D. n. 240092; Cass., Sez. VI, 11 dicembre 2007, n. 15396 in C.E.D. n. 239638

 

 

Federico Niccolò Ricotta – Dottorando di ricerca in diritto processuale penale presso l’Università degli Studi di Padova