Il controllo dei soggetti sottoposti alle misure di prevenzione. L’art. 78 del Codice Antimafia

Wanda Nocerino - 24/05/2021

Nel 2011 la complessa normazione in tema di intercettazioni preventive viene ulteriormente implementata: l’art. 78 del Codice antimafia[1], riproponendo la disciplina già sperimentata con la l. 646/1982, introduce la possibilità di effettuare intercettazioni telefoniche e telematiche anche per prevenire la reiterazione di attività o comportamenti criminosi per i quali è già stata applicata una misura di prevenzione di cui al Libro I, Titolo I, Capo II del Codice (c.d. misure di prevenzione personali giurisdizionali).

Prima di passare all’analisi dei singoli aspetti normativi, è necessaria una premessa di carattere sistemico.

A ben riflettere, la disposizione in esame, prevendendo la riviviscenza del precetto previgente, non sembra essere coerente con l’assetto che la novella del 2001 ha delineato con estrema chiarezza. Sancendo l’abrogazione di ogni altra disposizione esistente in modo da garantire un’omogeneità di sistema, la legge 274/2001 intendeva racchiudere in un’unica norma tutta la disciplina delle intercettazioni preventive che, fino al 2011, potevano applicarsi anche nei confronti dei soggetti “pericolosi”.

Con la disposizione in commento, invece, nell’ambito del genus delle intercettazioni preventive di polizia, si tratteggia una nuova figura captativa da utilizzare solo nei casi indicati dal sopra indicato articolo.

Più nel dettaglio, la nuova species captativa consente agli ufficiali di polizia giudiziaria di richiedere al procuratore della repubblica del luogo dove le operazioni devono essere eseguite l’autorizzazione ad eseguire le intercettazioni telefoniche, telegrafiche, nonché le “altre comunicazioni e conversazioni” (ex art. 623 bis c.p.), tutte le volte in cui si «ritenga necessario al fine di controllare i soggetti nei cui confronti sia stata applicata una misura di prevenzione» personale.

E fin qui – almeno nella forma – nulla di nuovo.

Senza particolare sforzi di “adattamento” ad una realtà che sembra assai diversa rispetto al passato, il legislatore riprende in toto il contenuto dell’art. 16 del l. 13 settembre 1982, n. 646.

Ma se a quel tempo l’istituto poteva reggere in termini di compatibilità con il sistema, oggi la scelta stilistica non sembra conforme agli orientamenti tratteggiati dalle nuove norme in tema di preventive.

Probabilmente la quaestio diventa ancor assai più preoccupante a seguito della recente modifica del Codice antimafia, operata con l. 161/2017[2].

Senza entrare nel dettaglio del novum legislativo, è noto che la riforma amplia a dismisura il novero dei destinatari delle misure di prevenzione personali e patrimoniali, aggiungendo al già troppo esteso catalogo di misure di fattispecie di “pericolosità qualificata” ulteriori ipotesi nemmeno assai chiaramente delineate.

E la scelta normativa non è indifferente al tema che in questa sede rileva: se viene estesa l’area di applicabilità delle misure di prevenzione, conseguentemente, aumentano le fattispecie per cui possono essere autorizzate le intercettazioni preventive.

L’effetto domino provocato dalla riforma appare stridere con la ratio legis della novella del 2001 e con le decisioni prese nelle successive legislazioni di modifica, il cui obiettivo è stato quello di limitare al massimo l’utilizzo dello strumento in questione in grado di contrastare con i principi fondamentali che non sorreggono solo il procedimento panale ma l’intero ordo juris.

La norma prosegue, al comma 2, definendone le modalità operative.

Anche in questo caso, proprio come nel 1982[3], il legislatore decide di richiamare le previsioni dell’art. 268 c.p.p.

Ma la scelta di adattare la disciplina delle intercettazioni giudiziarie anche a quelle preventive per il controllo dei soggetti sottoposti a misure di prevenzione sembra poco coerente rispetto alla natura delle captazioni ante delictum[4].

Sarebbe bastato limitare l’operatività dei soli primi tre commi del dettato normativo, inerenti alle modalità di documentazione e al tipo di impianti da utilizzare piuttosto che richiamare genericamente la norma che comprende anche le disposizioni relative alla conseguente udienza di stralcio e trascrizione delle operazioni.

Infine, gli ultimi due commi dell’art. 78 definiscono il regime di probatorio dei dati captati: esplicitando il divieto di qualsiasi forma di utilizzazione degli stessi, si prevede che gli stessi possono solo servire per la prosecuzione delle indagini e che tutte le registrazioni e le trascrizioni effettuate, una volta depositate in procura, devono essere distrutte[5].

Ma la giurisprudenza più recente ha fornito un’interpretazione “estensiva” del dictum. Infatti, la Suprema corte ritiene che la richiesta di autorizzazione delle intercettazioni giudiziarie possa legittimamente fondarsi sui risultati dell’attività captativa eseguita sulla base della disposizione in esame[6]: a parere dei giudici di legittimità, infatti, i limiti di utilizzabilità previsti dal comma terzo dell’art. 78 del Codice antimafia escludono che le conversazioni captate assumano valore di prova o di indizio cautelare ma non anche che tali conversazioni possano essere poste a fondamento di un successivo provvedimento di autorizzazione all’esecuzione di intercettazioni telefoniche o ambientali, essendo quest’ultima un’attività correlata alla specifica fase della prosecuzione delle indagini che non assume diretto valore processuale.

 

Bibliografia essenziale

  1. Calvigioni, In tema di misure di prevenzione, in Il Foro italiano, 2017, f. 7–8, pt. 2, p. 448 ss.; A. Cisterna, Il codice antimafia tra istanze compilative e modelli criminologici, in Dir. pen. proc., 2012, p. 213 ss.; Id., L’impegno a varare opportuni testi integrativi fa sperare in un corpus normativo più completo, in Guida dir., 2011, n. 41, p. 84 ss.; A. Dello Iacovo, Il “Codice Antimafia” (D.lgs. 159/2011): la cronaca di un’occasione mancata, in La Corte d’assise, 2011 n. 2; D. Ferranti, Il codice antimafia: le ragioni della riforma delle misure patrimoniali di prevenzione, in Cass. pen., 2018, f. 1, p. 15 ss.; S. Finocchiaro, La riforma del codice antimafia (e non solo): uno sguardo d’insieme alle modifiche appena introdotte, in www.penalecontemporaneo.it, 3 ottobre 2017; F. Fiorentin, Le misure di prevenzione personali. Nel codice antimafia, in materia di stupefacenti e nell’ambito di manifestazioni sportive, Milano, 2012; G. Fiandaca–C. Visconti, Il Codice delle leggi antimafia: risultati, omissioni, prospettive, in Legislaz. pen., 2012, p. 3 ss.; F.P. Lasalvia, La riforma del codice antimafia: prime osservazioni critiche, in Arch. pen., 2017, f. 3; A. Manna, Corso di diritto penale, Padova–Milano, 2017, p. 870 ss.; F. Menditto, Le misure di prevenzione e la confisca allargata (l. 17 ottobre 2017, n. 161), Milano, 2017; C. Pansini, Il codice antimafia. Procedimento applicativo delle misure di prevenzione patrimoniali: la legge 17 ottobre 2017, n. 161 e le modifiche al codice antimafia, in Proc. pen. e giust., 2018, f. 2, p. 364 ss.; Id., Codice antimafia, Napoli, 2011; G. Tona–C. Visconti, Nuova pericolosità e misure di prevenzione: percorsi contorti e prospettive aperte nella riforma del codice antimafia, in Legislaz. pen., 2018; G. Verde, Il codice antimafia, tanti prevedibili effetti negativi, in Guida dir., 2017, f. 43, p. 10 ss.; C. Visconti, Codice antimafia: luci e ombre della riforma, in Dir. pen. proc., 2018, f. 2, p. 145 ss.

 

[1] In virtù della l. 13 agosto 2010, n. 136, rubricata “Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia”, il 6 settembre 2011 è stato introdotto nel nostro ordinamento il d.lgs. n. 159, “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia”, in Guida dir., 2011, n. 15, p. 9 ss.

[2] L. 17 ottobre 2017, n. 161, recante “Modifiche al codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, al codice penale e alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e altre disposizioni. Delega al Governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate”.

[3] Il quale richiamava gli artt. 226 ter, comma 2 e 226 quater, commi 1, 2, 3 e 4 c.p.p. 1930.

[4] Che rimangono “segrete” e utilizzate solo per fini investigativi, ai sensi dei commi 3 e 4 dell’art. 78.

[5] Ai sensi dell’art. 78, comma 3. Gli elementi acquisiti attraverso le intercettazioni possono essere utilizzati esclusivamente per la prosecuzione delle indagini e sono privi di ogni valore ai fini processuali. Ai sensi del comma 4, Le registrazioni debbono essere trasmesse al procuratore della Repubblica che ha autorizzato le operazioni, il quale dispone la distruzione delle registrazioni stesse e di ogni loro trascrizione, sia pure parziale.

[6] Così Cass., sez. II, 19 gennaio 2016, n. 4777, in CED Cass., n. 266234.

Wanda Nocerino – Assegnista di ricerca in diritto processuale penale presso l’Università di Foggia