Dati informatici (Files) e appropriazione indebita di “cose mobili”

Andrea Bernabale - 22/12/2020

CASS. PEN., SEZ. II, N. 11959/2020

La Corte di Cassazione, con sentenza n.11959/2020 dello scorso 10 aprile, si è pronunciata sulla possibilità di qualificare la sottrazione di files informatici quale appropriazione indebita di cose mobili ai sensi della legge penale, ex art. 646 c.p..

La vicenda passata al vaglio della S.C. ha riguardato le condotte poste in essere dall’imputato, dipendente di una società che, prima di presentare le dimissioni, aveva restituito il notebook aziendale, a lui affidato nel corso del rapporto di lavoro, formattando l’hard disk e impossessandosi dei dati originariamente esistenti, che in parte venivano ritrovati nella sua disponibilità su computer da lui utilizzati, provocando peraltro un malfunzionamento del sistema informatico aziendale. Veniva, così, imputato dei reati di danneggiamento di sistemi informatici ex art. 635 quater c.p. ed appropriazione indebita ex art. 646 c.p..

La questione che la Corte è stata chiamata ad affrontare concerne la possibilità di qualificare i dati informatici – in particolare singoli files – come cose mobili, ai sensi delle disposizioni della legge penale e, specificamente, in relazione alla possibilità di costituire oggetto di condotte di appropriazione indebita. Il ricorrente, infatti, contestava la decisione della Corte d’Appello di Torino impugnando la sentenza per violazione dell’art. 606, c.1, lett. b) c.p.p. in relazione all’art. 646 c.p., poiché la Corte d’Appello aveva ritenuto, erroneamente, che i dati informatici fossero suscettibili di appropriazione indebita, pur non trattandosi di beni mobili.

Analizzando il caso, la S.C. ricorda la giurisprudenza sul tema che, con riguardo al delitto di appropriazione indebita, si è più volte orientata nell’affermare che oggetto materiale della condotta di appropriazione non può essere un bene immateriale, salvo che la condotta abbia ad oggetto i documenti che rappresentano i beni immateriali.[1] Ciononostante, in tempi recenti si è affermata la possibilità che anche i files possano essere oggetti di condotta di furto.[2]

Quanto alla norma incriminatrice, questa individua l’oggetto materiale della condotta nel “denaro od altra cosa mobile”, intendendo per “cosa mobile” un bene che sia suscettibile di “fisica detenzione, sottrazione, impossessamento o appropriazione, e che a sua volta possa spostarsi da un luogo ad un altro o perché ha l’attitudine a muoversi da sé oppure perché può essere trasportata da un luogo ad un altro o, ancorché non mobile ab origine, resa tale da attività di mobilizzazione ad opera dello stesso autore del fatto, mediante sua avulsione od enucleazione.”[3]

Ciò detto, la Corte considera la struttura del file, inteso – secondo le nozioni informatiche comunemente accolte – come l’insieme dei dati, archiviati o elaborati che, nella struttura, possiede una dimensione fisica determinata dal numero delle componenti necessarie per l’archiviazione e la lettura dei dati inseriti nel file. Le cifre binarie rappresentano l’unità fondamentale di misura all’interno di un qualsiasi dispositivo in grado di elaborare o conservare dati informatici e lo spazio in cui vengono collocati i bit è costituito da celle ciascuna da 8 bit, denominata convenzionalmente byte. Com’è stato segnalato più volte dalla dottrina, tali elementi non sono entità astratte, ma sono dotate di una propria fisicità: essi occupano fisicamente una porzione di memoria quantificabile, la dimensione della quale dipende dalla quantità di dati che in essa possono esser contenuti. Pertanto, il tradizionale assunto per il quale il dato informatico non possiede i caratteri della fisicità, propri della cosa mobile, non è condivisibile.

Tuttavia, la Corte ritiene di dover considerare, ai fini della configurabilità dell’art. 646 c.p., la capacità di apprensione materiale del dato informatico. A tal riguardo, gli Ermellini, pur riconoscendo l’insuperabile incapacità di apprensione materiale del file (se non quando esso sia fissato su un supporto digitale che lo contenga), rilevano come anche per il denaro, che la legge equipara alla cosa mobile nella norma incriminatrice dell’art. 646 c.p., si pongano in astratto le medesime questioni sollevate in merito al trasferimento indebito di dati informatici. Ovvero, anche il denaro è suscettibile di essere trasferito in assenza di materiale apprensione delle unità fisiche (banconote, monete), eppure le condotte dirette alla sottrazione per via telematica, quindi senza alcun contatto fisico con il denaro, configurano certamente le ipotesi di reato corrispondenti alla loro fattispecie.

In conclusione, va quindi affermato che i dati informatici (files) rappresentano cose mobili definibili quanto alla loro struttura, alla possibilità di misurarne l’estensione e la capacità di contenere dati, suscettibili di esser trasferiti da un luogo ad un altro, anche senza l’intervento di strutture fisiche direttamente apprensibili dall’uomo. Per tali caratteristiche, la loro sottrazione indebita configura le ipotesi di reato ex art. 646 c.p..

 

[1] Cass. pen., Sez. II., n.33839/2011; Cass. pen., Sez. V., n. 47105/2014; Cass. pen, Sez. II., 20647/2010; Cass. pen, Sez. II, n. 21596/2016.

[2] Cass. Pen., Sez. V, n. 32383/2015

[3] Cass. pen., Sez. II., n. 20647/2010